Lug 31, 2013 - Senza categoria    No Comments

Nervi

Attesa nel tornare ad essere una porzione scritta di me. Attese.

Sdraiata su una panchina ieri, avevo la percezione di essere scivolata in un acuto respiro settembrino. L’afa caricava di un vento caldo le mie spalle, un vento materico, visualizzabile, consistente. Un’entità corposa e solida.

Immersa udirivamente nel fruscio gracchiante di qualche foglia improvvisata, piccoli palmi accartocciati che sfiorano la terra.

Ero sola e non lieve.

Cercando di ispezionare ogni piega del mio essere, mi sono persa in quel margine primario, di supperggiù 3 mm, che si annida nell’emisfero sinistro della mia mente. Un margine sottile, come pane carasau, frastagliato e ruvido, come solo certi margini atipici sanno essere.

Dovrei rimuoverlo. Forse. Spezzare il pane, affogarlo nel vino, decidere di transustanziarlo. E’un’operazione sacrilega. Troppo, forse. O troppo poco. Per me. 

Dovrei considerare il lasciarlo scivolare, ma per scorrere bisogna essere fluidi e quel margine, è pane, fragile, ma pur sempre solido.

Ero su questa panchina, appollaiata. Ed i riflessi del sole erano frammisti al riflettersi della mia anima intorno. Fondamentalmente dispersa. Fondamentalmente satura, ma fondamentalmente ancora lì. Ancorata in quel punto di transizione tra stadi, ma che il corpo non può e l’anima non vuole, passare.

E l’unica opzione possibile, è osservare. Il continuo incedere degli altri, il camminare. Le differenti rotte, le pieghe che l’articolazione delle loro giunture acquisivano nella mia visione interiore. Ed allora su quella panchina, nella mia testa ho incominciato a vedere le articolazioni, le vene, le arterie, i fasci di nervi, i polmoni spugnosi rigonfiarsi, le personali esitazioni. E sentivo la mia testa girare.

E così che ho smesso di essere panchina. E sono diventata altro.

Nervo, anche io.

Tirato.






Lug 3, 2013 - Senza categoria    No Comments

Nonsense

Dolente. Il mio corpo spirituale ha iniziato a sentirsi così, sottilmente, dalle prime luci dell’alba.

Sarà stata colpa di quel raggio tagliente, che ho respirato sfatta tra gambe nude, lenzuola accartocciate e il respiro di luni, ingombrante su di me.

Mi ha ferito colpendomi il viso, perforando le ultime resistenze al dispiegarsi del mio pensiero notturno. Pensiero diroccante, in bilico su quel fragile e funambolico collegamento tra le identità plurali, scalpitanti nella mia testa. E’ stato bruciante come quelle melodie che non puoi contenere, che non puoi decodificare e che lasciano tra le tue labbra arsura e aridità.

Quando la mente ruota intorno ad una domanda, il pensiero può farsene carico. Una negoziazione possibile. Posso farlo. Il problema sorge quando le domande sono così tante che la somministrazione di inconsistenti frammenti di menzogna o di veridicità non possono che dimezzare il divario tra la mia mano e i miei occhi esiliati. 

Quale nostos cerchiamo e qual è la propria versione personale di nostalgia? C’è davvero un ritorno oppure una serie di passaggi irritanti e comunque preclusi.

Scrivo male. Scrivo come le contorsioni mentali che affligono la mia mente. Ora su questa porzione di memory foam, al 5° piano di una palazzina di recente costruzione, in un luogo intermente mio in un contesto non interamente mio. 

Ho solo un motivo di gioia seppure dai tratti di un ricordo doloroso: il suo ritorno nella mia vita. Dopo dieci lunghissimi anni, riappropriarsi di un sentimento affettivo verso una persona tanto importante, tanto vicina e tanto dispersa. 

L’amore torna nelle sue migliori forme, sempre. Me lo ripeteva, ossessivamente, lui.

Indubbiamente penso sia vero. 

 

Giu 26, 2013 - Senza categoria    No Comments

Parvenze di attese

Sarei stata disposta ad ammettere che è tutta una questione neuronale, di sinapsi, di collegamenti energetici nel mio cervello indolenzito. Sarei stata disposta ad ammetterlo, se fosse stato vero.

O quanto meno se avesse avuto una parvenza di veridicità.

Sogno analiticamente: un errore, indubbiamente frutto di consuete intuizioni nascoste.

Peccato siano il più delle volte indecifrabili.

Ero strada, pochi minuti fa, asfalto e motore. Gambe scoperte dal vento ed un tacco penzolante passivamente agitato dal vento. Arrivo sotto casa, ma non salgo. Non subito. La mia mente viene travolta da altro, folla astante davanti al Buzzi. Sono giorni che li vedo. Volti differenti, lo stesso sguardo. Quello di chi sta compiendo un rito di passaggio: dall’ essere progenie al generar progenie. Sono giorni che mi interrogo sul loro soffermarsi.

Sono lì, in un’attesa statica, pronti a scattare, ma immobili.

Scelgo di avvicinarmi. Il mio problema è, come al solito, capire. Avrei voluto per l’ennesima volta abolire la mia malsana voglia, dismettere i paradigmi mentali che rendono insoluti nel cercare.

Evasioni dal sè.

Cosa attendete, li ho pungolati. Una domanda agevole che prevedeva una risposta rassicurante. Quella che la mia mente aveva già decostruito ed incasellato. Quella che la mia mente cercava, come una sanzione. 

Si attende sempre qualcosa, è stata la sua risposta. Talvolta arriva, talvolta tarda, talvolta semplicemente non esiste. Ciò che è peggio è che troppe volte è inconsapevole, come frammenti in un  caleidoscopio. 

Disorientamento.

Il suo parlare stravolge il mio piano di senso. I suoi capelli corvini sembrano risplendere alla luce della luna. E’ alto abbastanza da poggiare la sua guancia sulla mia testa. E’ fermo abbastanza per un discorso lucido nell’attesa. 

Gli altri due ci osservano. Non sembrano conoscere l’uomo, ma ne condividono lo stato.

Pezzi di umanià che vivono ritualità comuni di passaggio e che nel farlo, respirano allo stesso modo conformando a quel piccolo soffio il loro stesso viso. 

Forse sono stanca, ho detto, ma tu che aspetti?. La pretendo questa risposta, dichiaravo a me stessa, la pretendo. Come un mantra nella mia testa alla ricerca di giustezza. Voglio dire, tu, sei in un’attesa razionale, sai che è un’attesa destinata alla fine. Cosa, dimmi solo cosa aspetti…

Uomini in attesa di figli, figli alla ricerca di un’idea di paternità, paternità da cambio di generazione.

Un maschio. Un maschio, perchè so come gestirlo.

Apr 30, 2013 - Senza categoria    No Comments

Vicina al granchio azzurro

Incontrata Petra, compagna slovena.

Nei cinque affannosi minuti prima del nostro incontro, infreddolita e ristretta tra le panchine d’acciaio di Pigalle, scorreva nella mia mente il lungometraggio dei due anni trascorsi in giro per l’Europa dell’Est per il nostro comune progetto.

Per chi avesse gettato in quei frangenti un occhio su di me, apparivo un immagine sbiadita, una cartina tornasole, presente solo in parte con un sorriso alla Gioconda e una piccola velatura sugli occhi.

Sono passati più di tre anni dal nostro ultimo incontro.

Mi chiedevo se i suoi tratti fossero diversi, addolciti o induriti dalla vita di questi tre anni.

Continuavo a sforzare la mia memoria visiva per accarezzare i suoi tratti, incamerarli nei miei occhi che a breve avrebbero rivisitato le sue linee, i suoi profili.

E nella mente, la percezione di una distanza.

Valutati rispetto al tempo di una vita, ed al tempo del nostro impegno, tre anni sono briciole. Valutati alla luce di quello che siamo, dei nostri presenti, nella mia mente compariva un’altra identità, un differente modo di essere me, il sapore di qualcosa che era, rarefattosi anni fa.

E ritornavo con la mente al granchio azzurro e le trasformazioni del suo esoscheletro. Mi sentivo vicina a quella forma in perenne transizione.


Apr 29, 2013 - Senza categoria    No Comments

Presa diretta da Belville

Melting. Note di jazz, calore nell’aria, corpi afosi. 

Fermento che si percuote sul collo, sulle braccia, sulla schiena. 

Sento che divampa. 

Sara’ la birra o il clarinetto, ma in questo locale di Belville l’atmosfera si e’ surriscaldata oltre misura. 

Al mio fianco destro, espatriati italiani, membri del collettivo organizzatore del concerto che ci sta sciogliendo tutti. Tante Italie diverse, ritrovatesi qui, sotto cieli parigini, note d’oltremare e piatti di cous cous. 

Il tavolo e’ lungo, finto legno, una pellicola di copertura che avvolge la plastica. 

Sopra, i residui di cio’ che fu banchetto. E birra, birra ed ancora birra. Note di jazz italiano, mentre si consuma il classico giro di approcci, l’indefinito enigma delle relazioni, l’insopportabile salto nel vuoto del rischio. 

A tratti mi sento stufa nel guardarlo. 

A tratti vecchia. 

A tratti, direi, non so. 

Distolgo lo sguardo. Ho lanciato via le mie carte al principio, scegliendo di non giocare, non stasera. Non nel mood giusto per scoprirsi, meglio rimanere nel silenzio voluminoso dell’alone di una tromba jazz. Un’avvolgente meccanismo di protezione oltre che di sorpresa uditiva. E poi ad un tratto accade qualcosa. Di indefinibile.

Lei si accosta al mio orecchio, un solo lungo respiro.

Travolte nell’aria le sue parole, le vedo vorticose giungere ai miei nervi uditivi. 

Come se diventassero peso, materia, le vedo addizionarsi alla gravità del mio organismo.

Lei non sa, ma dice. Lei non mi conosce, ma appartiene. All’umano forse, alla vita più probabilmente. E le sue parole sono come radicchio, un dolce amaro sapore di verità.

Nel momento in cui sfiorano i miei neuroni, mi sento sfinita.

Impoverità delle mie stesse energie, insterilita.

Lei sorride, io scoloro. Perdo percezione dei contorni: il jazz è una sbiadità realtà. Nella mente, le sue parole suadenti. La verità svelata da colei che non conosci. Non una volontà, ma la verità.

I miei tendini sono in una sorta di paralisi, non riesco a digitare parole sulla tastiera di questo blackberry.

Mi lascio scivolare lungo il divano. Negli occhi, chiusi, fermento.

Intorno, my funny valentine.




Apr 29, 2013 - Senza categoria    No Comments

La via, le vie

Scivolata dal denso pensiero di Debord alla promenade plantee nel soffuso pomeriggio parigino. 

E’ quasi un sogno nella semi estate, il camminare su questo ex viadotto, per 4,5 km, circondata da piante orientali, giacinti, fiori di pesco intervallati a tratti dai pungenti odori delle cucine che si mescolano. 

Incastri olfattivi. Spezie che pungono il naso e candore dell’impasto delle crepes. 

I miei occhi vanno oltre questo mondo. I polmoni respirano, la gabbia toracica e’ piena. 

Senza essere ruvida, se non a tratti. 

Con la sensazione di trattenerne, parte. 

E mentre cammino con la sola compagnia della mia ombra, più lunga e più ingombrante per via del sole che mi sorprende alle spalle, penso che l’illumismo della mente ha talvolta comportato l’oscurita’ del sentire, della bellezza della visione interiore. 

Non un accusa alla razionalita’, di cui sono un’adepta imperfetta, ma l’ambire verso un ridimensionamento del pensiero algebrico per un approccio più umano. Tra i pensieri, nella mente,le parole del convegno dell’altro giorno e della presunta necessita’ di un sapere più tecnico, più scientifico. 

E nella mia mente, recalcitrante, avanzava sempre più forte l’idea della necessita’ di un nuovo umanesimo accompagnato dalla impellente necessita’ di un senso di umano. Ed ora che mi ritrovo qui, nel mio dolore nell’incedere, in direzione Bastille, mi ritrovo sempre più frastornata dall’idea che dobbiamo, si, avanzare, ma nella direzione di un nuovo umano.

Il Blackberry e’ un aiuto formidabile nel collezionare dal vivo i miei pensieri. Cammino e scrivo. Vedendo e traducendo nel mio proprio linguaggio, la scrittura. 

Unico modo in cui insieme al canto, mi sembra di poter leggere e forse avvicinarmi, pur senza mai toccarla, alla comprensione di questo mondo. 

Persone che mi fermano, mi parlano, mi trasmettono parte dei loro mondi. 

Ed io me ne faccio carico, senza esitare, nonostante il chiacchiericcio insensato, le accuse vane, l’incomprensione di comportamento. Qui ci sono i fiori. Non senza spine. E ci sono piante. Ruvide. 

Eppure profumano.

Mar 22, 2013 - Senza categoria    No Comments

Calcare

Notte, forse. Giorno, probabile. Alterazioni sottili dell’umore producono mescolanze insalubri nei dentro e nei fuori. Nell’amarezza di giorni. Seguo un sesto senso di pioggia frammista a vento.

E’ vento ancora qui con noi. E noi, nostalgia, di quelle stesse foglie che incessanti cadono al tappeto. 

Nessuna questione di obbedienza a chi è sparito, nessuno piangerà il suo dolore. Le sue indecise possibilità di esistenza. Il suo sapore infantile, che il tuo corpo ora respinge, vuole cancellare da sè.

Questa l’intenzione.

Da realizzare presto: l’odore di un altro su di te è simile a calcare, da rimuovere necessariamente prima che illustri i suoi danni. Prima che quello strato sottile di pelle contaminata possa divenire tua per sempre permeando nel tuo organismo, nelle tue vene, nel tuo cuore. Irradiandoti e sgretolandoti dall’interno. E’ una questione di salvezza. E’ questione di conservazione, di te.

Mar 6, 2013 - Senza categoria    No Comments

Il peso del cadere

Mi osserva. Due differenti colorazioni di rosso assiepate in un cuneo tra il termosifone e il cornicione del tavolino. Reclina il capo, per piccole frazioni di attimi, mi versa uno sguardo tra il compassionevole e il nevrotico, poi rilascia la tensione riabbandonando la testa. Non so se il suo sonno è reale, quasi umano. Forse è spezzato come il mio. L’intesa, aldilà della conflittualità. Del resto, condividiamo uno spazio vitale (minimo, per giunta) e la responsabilità di trovarci insieme. Incastri, faticosi. La legge del più forte vorrebbe che lui si adattasse a me, ma la realtà è nel vecchio paradigma dello schiavo che diviene padrone del padrone. Ed io sono padrona per essere schiava.

E così mi cullo in queste riflessioni sulla mia convivenza con Lunatico. Pestifera, ma di rivisitazione continua dell’equilibrio. 

E le riflessioni sono partite da una collezione di storie raccolte in queste settimane sulle responsabilità. A partire dalla Responsabilità Universale, fino a scivolare a quella relazionale, di coppia. E così come in un album di figurine, si ricollocano i doppioni su immagini/persone già viste ed ormai consumate.

Nessuna volontà di essere rude, ma il panorama maschile è atterrente. C’è chi fugge persino all’estero pur di sottrarsi alla decisione di diventare adulto. Ammissibile, a 20 anni. Con qualche dubbio. Impensabile a 30. Completamente ingiustificabile passata la metà dei trenta. Se poi si associa il mancato coraggio di affrontare la crescita ed anche le persone che la rappresentano, diventa assolutamente il pianto del neonato nel corpo del uomo medio. 

Mi rifuggo nella lettura de “L’uomo senza qualità” di Musil. Suggestioni. Possibili spiegazioni. 

La mia mente divaga sulla parola responsabilità. Mi chedo se la colpa non sia nelle persone troppo analitiche, come la sottoscritta. In quelle che riconoscono i limiti, anche i propri, ne soffrono, ma cercano di evaderli. Crecano di essere un consapevole e continuo altrove. Mi chiedo se non sia questa una responsabilità distorta. Ma di coraggio. 

E’ la codardia la statura della vita? La struttura dei tempi?

Guardando fuori dalla mia piccola finestra, in questo giorno desolante di pioggia, sono disposta ad ammetterlo. E c’è una goccia sulla punta della foglia della magnolia, nel limbo tra il trattenersi e cadere. Tempo fa avrei detto che il non abbandonarsi era una tensione di amore.

Ora dico che sono incapacità di esporsi al rischio.

Al rischio di divenire, Di essere altro. 



Feb 19, 2013 - Senza categoria    No Comments

Coming back soon

Sfioro ancora questi tasti, impertinente.

Sono stata a lungo con le mani sulla tastiera per avvertirne il calore. Quello delle pulsioni emotive, prima ancora del riscaldamento meccanico.

Piccoli universi in dissolvenza, piccole vite che scalpitano, piccole poesie che non si fanno, piccoli respiri in notti fragili, dolenti. Continuare a ripetersi I’m coming back soon, continuare a non essere lì.

In the right place. In the right time.

Maybe tonight I’m here again.  

Dic 26, 2012 - Senza categoria    No Comments

Pasta scotta

Costellazioni di puntini, evanescenti brillii sulla superficie, piccole riproduzioni di itinerari da settimana enigmistica.

Trasudavano dalla pentola, in cascate soffici, dalle emersioni vulcaniche con croste acquatiche lattiginose.

Nel magma, nel vortice tra fondo caldo e universo denso, si agitavano vanitosi ravioli, rigonfi, assortiti. 

All’estremità opposta, la sua mano. Dalla mano dipanarsi il suo corpo, l’interezza del suo essere.

Da lui agli altri intorno in una linea immaginaria, eppure realisticamente tracciata.

Una linea contemporanea e storica.

Assottigliare il campo visivo, sforzando la memoria fotografica interiore.

Le mie pupille costrette nella visione. Quella stanza, i vetri appannati, i nostri volti caldi umidi, il profumo di cotto intorno, la praparazione della nostra socialità nel cibo. 

Una visione oltreppasante anni e quel pezzo di eternità che compone la vita individuale.

31 anni di Natale. Composito ed uniforme. 

Sprazzi di consuetudine nei nostri orizzonti di vita, il riprodursi costante delle forme. 

So che anche lui lo pensava. Fissare un elemento. Stabilizzarlo affinchè tutti gli altri possano liberamente fluttuare. Un elemento però, quell’elemento che rende la linea un circuito, che in un anno sempre torna.

Resiliente. 

Mentre i nostri sguardi toccavano presente e passato, quei ravoli rigonfi chiedevano con ansia il passaggio ad altre libertà, sprovvedute, incerte e di breve durata nella loro essenza ormai molle. 



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